NewsLetter N.05/2026

  • mercoledì 25 febbraio 2026
L’EVOLUZIONE EUROPEA DEL DIRITTO DELL’IMMIGRAZIONE: COME
LE NUOVE LISTE UE E IL PATTO MIGRAZIONE INFLUENZANO LA
 
PROTEZIONE INTERNAZIONALE
 
Lo scorso 10 febbraio 2026, il Parlamento Europeo ha approvato due regolamenti che
ridefiniscono l’architettura del diritto dell’immigrazione nell’Unione: l’istituzione della
prima lista comune dei “Paesi di origine sicuri” e la revisione del concetto di “Paese
terzo sicuro”. Tali provvedimenti rappresentano i pilastri attuativi del nuovo Patto sulla
Migrazione e l’Asilo, la riforma strutturale che entro il 12 giugno 2026 sostituirà
definitivamente le procedure attuali per il riconoscimento della protezione
internazionale.
 
La riforma mira a una gestione centralizzata dei flussi migratori, fondata su criteri e
procedure di frontiera uniformi, superando la discrezionalità degli Stati membri.
L’obiettivo è ridurre gli spostamenti irregolari e garantire certezza del diritto mediante
procedure obbligatorie che accelerino l’esame delle domande e rimpatri. Tuttavia,
l’attuazione delle nuove norme introduce ulteriori complessità giuridiche.
 
L’introduzione di un elenco europeo comune di “paesi sicuri” — tra cui Bangladesh,
Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia — incide sul regime probatorio nel
contenzioso amministrativo.Alla precedente centralità dell’esame individuale e
all’onere attenuato in capo al richiedente si sostituisce un’inversione dell’onere della
prova: la provenienza da uno Stato incluso nella lista comporta una presunzione di
manifesta infondatezza della domanda di protezione internazionale.
 
Spetta dunque al richiedente fornire elementi specifici e personali idonei a superare la presunzione di
sicurezza, dimostrando gravi ragioni individuali che rendano il Paese non sicuro rispetto
alla propria situazione.
 
L’attuazione del nuovo impianto non incide solo sui criteri di ammissibilità, ma accelera
le procedure di riconoscimento della protezione internazionale, con effetti rilevanti
sull’effettività delle garanzie individuali. La compressione dei tempi nelle procedure di
frontiera rende infatti più difficile un adeguato accertamento delle vulnerabilità,
ostacolando l’individuazione tempestiva di soggetti con bisogni specifici, quali vittime
di tortura o di tratta.
 
Sul piano del contenzioso, il ricorso contro il provvedimento di
inammissibilità non comporta più la sospensione automatica del rimpatrio, con il rischio
che il richiedente attenda l’esito del giudizio in stato di detenzione amministrativa,
anche oltre i confini dell’Unione.
 
Parallelamente, la revisione della nozione di “Paese terzo sicuro” amplia le ipotesi di
inammissibilità, consentendo il rigetto preliminare della domanda quando sussista un
legame tra il richiedente e uno Stato extra-UE ritenuto sicuro.
 
Tale collegamento può derivare da precedenti soggiorni, dalla presenza di familiari o da affinità linguistiche e culturali che avrebbero consentito di richiedere protezione in quel Paese prima
dell’ingresso nell’Unione. L’inammissibilità può inoltre fondarsi su accordi con Paesi2
terzi per l’ammissione dei richiedenti asilo, purché tali intese impongano allo Stato
terzo l’esame nel merito di ogni domanda di protezione. La designazione di un Paese
terzo come sicuro, a livello europeo o nazionale, può infine prevedere eccezioni relative
a specifiche aree territoriali o categorie di persone, permettendo una valutazione meno
generalizzata della sicurezza esterna.
 
Nonostante la maggiore solidità formale del Regolamento UE, l’applicazione resta
sottoposta a un complesso vaglio giurisprudenziale. Secondo l’orientamento consolidato
della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la designazione di uno Stato come sicuro
non costituisce un automatismo: essa è legittima solo se la sicurezza è garantita in modo
integrale, sull’intero territorio e per tutte le categorie di persone. Il giudice nazionale
conserva, pertanto, il dovere di verificare, nel caso concreto, la compatibilità della
presunzione di sicurezza con la vicenda individuale. In presenza di un rischio effettivo
per soggetti specifici, può disapplicare la presunzione, assicurando la prevalenza del
diritto individuale alla protezione sulla qualificazione amministrativa del Paese
d’origine.
 
L’evoluzione normativa europea evidenzia un potenziale conflitto con il Protocollo
Italia-Albania, accordo bilaterale che ha istituito i centri di Shëngjin e Gjadër. Il
modello prevede una forma peculiare di giurisdizione extraterritoriale: i migranti
intercettati in acque internazionali sono trasferiti in territorio albanese per procedure
accelerate di frontiera, ma l’intero iter resta disciplinato dalla legge e dalle autorità
italiane. Le nuove regole UE stabiliscono invece che, in presenza di accordi con Paesi
extra-UE, sia lo Stato terzo — in questo caso l’Albania — ad assumere la responsabilità
dell’esame nel merito secondo i propri standard di protezione. Questo disallineamento
espone il Protocollo al rischio di nuovi ricorsi: se le norme UE impongono che sia il
Paese terzo a decidere, la legittimità di una procedura italiana svolta in territorio
albanese potrebbe essere messa in discussione davanti alla Corte di Giustizia.
In questo contesto di evoluzione e aggiornamento normativo, la corretta distinzione tra
procedure ordinarie e accelerate, unita alla tempestiva gestione delle ipotesi di
inammissibilità, costituisce condizione essenziale affinché la celerità delle nuove prassi
non comprometta l’effettività della tutela giurisdizionale. Proprio a causa di questa
instabilità normativa e della complessità dei nuovi protocolli, disporre di un’assistenza
professionale costante è oggi il presupposto essenziale per orientarsi tra le diverse
procedure amministrative. Una guida tecnica qualificata è necessaria per assicurare che
ogni istanza sia conforme ai nuovi standard europei e per gestire correttamente i ristretti
tempi delle procedure accelerate.
 
THE EUROPEAN EVOLUTION OF IMMIGRATION LAW: HOW THE NEW
EU LISTS AND THE MIGRATION PACT AFFECT INTERNATIONAL
 
PROTECTION
 
On the 10 th of February 2026, the European Parliament adopted two regulations
redefining the architecture of immigration law within the Union: the establishment of
the first common list of “safe countries of origin” and the revision of the concept of
“safe third country.” These measures constitute the cornerstone of the new Migration
and Asylum Pact, the structural reform that will definitively replace current procedures
for the recognition of international protection by the 12 th of June 2026.
The reform aims at a centralized management of migratory flows, based on uniform
criteria and border procedures, thereby overcoming the discretionary powers of Member
States. Its objectives are to reduce irregular movements and ensure legal certainty
through mandatory procedures that accelerate both the examination of applications and
return measures. However, the implementation of the new rules introduces additional
legal complexities.
The introduction of a common European list of “safe countries” — including
Bangladesh, Colombia, Egypt, India, Kosovo, Morocco, and Tunisia — significantly
affects the evidentiary framework in administrative litigation. Where the previous
system emphasized individual assessment and a reduced burden of proof on the
applicant, the new framework reverses the evidentiary burden: originating from a
country on the list triggers a legal presumption of manifestly unfounded protection
claims. The applicant must therefore provide specific and individualized evidence
capable of rebutting the presumption of safety, demonstrating compelling personal
reasons that render the country unsafe in relation to their personal circumstances.
The implementation of this framework not only affects admissibility criteria but also
accelerates international protection procedures, with significant implications for the
effectiveness of individual rights. The compression of timeframes at the border makes it
more difficult to adequately assess vulnerabilities, hindering the timely identification of
applicants with specific protection needs, such as victims of torture or human
trafficking. From a procedural standpoint, appeals against inadmissibility decisions no
longer automatically suspend repatriation, placing applicants at risk of awaiting the
outcome of proceedings under administrative detention, even outside the Union’s
borders.
Simultaneously, the revision of the notion of “safe third country” broadens the grounds
for inadmissibility, allowing a preliminary rejection of an application when a connection
exists between the applicant and a non-EU state deemed safe. Such a connection may
arise from prior residence, the presence of family members, or linguistic and cultural
affinities that would have enabled the applicant to seek protection in that country before
entering the Union. Inadmissibility may also be based on agreements with third
 
countries for the admission of asylum seekers, provided that these agreements oblige the
third state to examine each protection claim on the merits. The designation of a third
country as safe, at either the EU or national level, may furthermore include exceptions
for specific territorial areas or clearly defined categories of persons, allowing for a less
generalized assessment of external safety.
Despite the increased formal robustness of the EU Regulation, its application remains
subject to complex judicial scrutiny. According to the settled case law of the Court of
Justice of the European Union, the designation of a state as safe is not automatic: it is
valid only if security is guaranteed throughout the entire territory and for all categories
of persons. National judges therefore retain the duty to verify, in each individual case,
whether the presumption of safety is compatible with the applicant’s personal
circumstances. Where a real risk exists for specific individuals, the judge may set aside
the presumption, ensuring that the individual right to protection prevails over the
administrative classification of the country of origin.
The European legislative evolution also highlights a potential conflict with the Italy-
Albania Protocol, a bilateral agreement that established the Shëngjin and Gjadër centres.
This model constitutes a unique form of extraterritorial jurisdiction: migrants
intercepted in international waters are transferred to Albanian territory for accelerated
border procedures, while the entire process remains governed by Italian law and
authorities. Under the new EU rules, however, when Member States rely on agreements
with non-EU countries, the third state — in this case Albania — must assume
responsibility for examining applications on the merits according to its own protection
standards. This misalignment exposes the Protocol to potential legal challenges: if EU
rules require that the third country decides on the application, the legitimacy of an
Italian procedure carried out on Albanian territory could be contested before the Court
of Justice of the European Union.
In this context of legislative evolution and updating, a clear distinction between
ordinary and accelerated procedures, together with the management of inadmissibility
issues, constitutes a fundamental prerequisite to ensure that the speed of new practices
does not undermine the effectiveness of judicial protection. Given the current regulatory
instability and the complexity of new protocols, continuous professional assistance has
become essential to navigate the various administrative procedures. Qualified technical
guidance is necessary to ensure that each application complies with the new European
standards and to properly manage the tight deadlines imposed by accelerated
procedures.