NewsLetter N.10/2024

STOP ALLE FALSE PRATICHE ECO-FRIENDLY: LA NUOVA DIRETTIVA (UE) 2024/825 CONTRO IL GREENWASHING

L’ecologismo di facciata o falso ambientalismo (c.d. Greenwashing) è un fenomeno che indica una tecnica di comunicazione, oggi molto diffusa, per cui un’azienda esalta o afferma falsamente di seguire pratiche eco-friendly per capitalizzare sulla crescente domanda di prodotti sostenibili.

In tempi recenti, il greenwashing ha comportato numerosi casi di pubblicità ingannevole, false etichette e immagini ambientali positive di prodotti senza un corrispondente impegno verso pratiche sostenibili. Si tratta, dunque, di una tecnica di marketing non coadiuvata dal reale impegno aziendale a rispettare le promesse fatte al consumatore e, il più delle volte, utilizzata per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti delle proprie attività che sono tutt’altro che positive per l’ambiente.

Non solo. A seguito di alcune indagini condotte in passato dalla Commissione Europea, è emersa una totale confusione sulle tematiche ambientali da parte dei vari Stati Membri, confusione che rende i consumatori ancora molto scettici nelle scelte d’acquisto, sebbene desiderosi di comprare prodotti eco-friendly.

In un tale scenario di incertezze, già nel novembre 2022, il Consiglio Europeo si era attivato nell’approvazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD, Direttiva UE 2022/2464), direttiva che ha obbligato le grandi imprese europee a rendere pubblici i dati su come il loro modello di business impatta l’ambiente e le persone.

Ma il passo decisivo si è registrato il 6 marzo 2024, quando il Parlamento Europeo ha approvato la Direttiva (UE) 2024/825 del 28 febbraio 2024, che modifica le direttive 2005/29/CE e 2011/83/UE, per quanto riguarda la responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde mediante il miglioramento della tutela delle pratiche sleali e dell’informazione. Il legislatore europeo, dunque, si schiera definitivamente contro il Greenwashing ponendosi l’obiettivo di proteggere i consumatori da pubblicità ingannevoli e metterli in condizione di compiere scelte d’acquisto informate.

In particolare, la nuova Direttiva (UE) 2024/825, che dovrà essere recepita dagli Stati Membri entro il 27 marzo 2026, include nell’elenco delle pratiche commerciali considerate in ogni caso sleali (di cui all’allegato I della Direttiva 2005/29/CE e all’art. 23 cod. cons.) delle nuove pratiche riconducibili al greenwashing, tra cui: esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione o non è stabilito da autorità pubbliche; formulare un’asserzione ambientale generica per la quale il professionista non è in grado di dimostrare l’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione; formulare un’asserzione ambientale concernente il prodotto o l’attività del professionista nel suo complesso quando riguarda solo un determinato aspetto del prodotto o dell’attività; asserire, in base ad una mera compensazione delle emissioni di gas a effetto serra, che un prodotto ha un impatto neutro, ridotto o positivo sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra; presentare requisiti imposti per legge sul mercato dell’Unione per tutti i prodotti appartenenti a una data categoria come se fossero un tratto distintivo dell’offerta del professionista.

La Direttiva sul c.d. divieto di greenwashing modifica, inoltre, le norme sull’etichettatura dei prodotti, vietando l’uso di indicazioni ambientali generiche come “rispettoso dell’ambiente”, “rispettoso degli animali”, “verde”, “naturale”, “biodegradabile”, “a impatto climatico zero” o “eco” se non supportate da prove. Sono inoltre vietate indicazioni infondate sulla durata, inviti a sostituire i beni di consumo prima del necessario e false dichiarazioni sulla riparabilità di un prodotto.

In altre parole, la nuova Direttiva mira a rendere la comunicazione riguardante il mercato del “green” chiara e comprensibile, per cui gli slogan pubblicitari e le diciture inesatte o generiche verranno sostituite da altrettante precise e supportate da dati o certificazioni. Tutto ciò, nella speranza che il consumatore potrà essere in grado di effettuare un acquisto maggiormente consapevole e di poter utilizzare i prodotti, ed eventualmente ripararli, fino alla loro “naturale obsolescenza”. A questo, logicamente, si legherà una nuova strategia di marketing e di comunicazione, augurando nuovi modelli di business che non siano finalizzati al solo consumo indiscriminato.

      Autori: Avv. Daniela Di Palma e Dott.ssa Marta Minnici